martedì 19 maggio 2009

Monito dagli Usa a Sharon"Non usate i cacciabombardieri"

GERUSALEMME - Processo ai cacciabombardieri. La decisione del governo Sharon di usare l'aviazione, gli F16 di fabbricazione americana, nelle rappresaglie di venerdì e sabato per l'attentato terroristico a Netanya, suscita un'ondata di critiche nel mondo e in Israele. Gli Stati Uniti intimano allo Stato ebraico di fermarsi: "Le forze israeliane devono smettere di utilizzare gli aerei", ha chiesto senza mezzi termini da Washington il vicepresidente Dick Cheney. Svariati membri del governo, partiti d'opposizione e praticamente tutta la stampa ebraica si pronunciano contro l'uso dei caccia: "Come risponderemo la prossima volta se ci sarà un attentato ancora più grave, tireremo una bomba atomica sulle città palestinesi?", accusa il quodidiano Haaretz. Ma il primo ministro Sharon resta del suo parere: "Continueremo a fare tutto il necessario, con tutti i mezzi a nostra disposizione, per difenderci".
Dalla guerra dei Sei Giorni, nel 1967, Israele non aveva più utilizzato gli aerei militari nei territori palestinesi. Era dunque prevedibile che il passo compiuto da Sharon destasse scalpore. Alla secca protesta degli Usa, che per bocca del vicepresidente Cheney invitano "entrambe le parti a fermarsi e riflettere dove stanno andando", fanno eco l'appello a un cessato il fuoco immediato dell'Unione Europea, il cui ministro degli Esteri, Javier Solana, sta per arrivare in Medio Oriente, la denuncia della Russia, dove è giunto ieri il ministro degli Esteri israeliano Peres, la ritorsione diplomatica della Lega Araba, che ha "sospeso" ogni contatto con Israele. Peres prova a rispondere alla comunità internazionale: "Facciamo rappresaglie perché veniamo attaccati - dice il premio Nobel per la pace - ma siamo pronti a riprendere il negoziato se Arafat riduce e combatte la violenza. La guerra non porterà a niente, il popolo palestinese non è il nostro nemico, il nostro nemico è il terrorismo". Ma ai severi giudizi provenienti dall'estero si aggiungono le critiche in patria. Vari ministri protestano per non essere stati consultati sull'uso degli F16, l'opposizione pacifista e di sinistra accusa Sharon di condurre il paese alla guerra, la stampa è unanime nel contestare il provvedimento. Bombardare i palestinesi con i caccia è "stupido e insensato", scrive il quotidiano Yedioth Ahronot, "è un'inutile Apocalisse", concorda Haaretz, mentre un editorialista di Maariv avverte: "E' esattamente quello che voleva Arafat. Anzi, il capo dell'Olp spera che prima o poi i caccia israeliani colpiscano una scuola, facendo strage di bambini. Allora sì che il mondo si solleverà in sua difesa e contro lo Stato ebraico".
Ieri gli F16 sono rimasti a terra, ma la violenza è proseguita lo stesso. Con un'escalation d'altro tipo: per la prima

 volta, le forze israeliane hanno attaccato l'abitazione di uno dei massimi dirigenti palestinesi. I carri armati hanno aperto il fuoco in Cisgiordania contro la residenza di Jibril Rajub, capo dei servizi di sicurezza di Arafat: lui non era in casa, ma l'edificio è stato distrutto e sono rimaste ferite tre delle sue guardie del corpo.
http://www.repubblica.it/online/mondo/terridiciotto/monito/monito.html
"Un chiaro tentativo di assassinio", si indigna l'Olp. In un incidente separato, un colono ebreo è stato gravemente ferito in un agguato vicino a Ramallah, l'Esercito ha risposto inseguendo i cecchini e ferendo sette palestinesi.

Onu, Usa, UE e Russia impongono il ritiro ad, Israele...

messaggio 10 Apr 2002, 11:35

Medio Oriente. USA, Russia, Ue e ONU a Sharon e Arafat: ritiro immediato dai territori, stop agli attacchi terroristici
Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan

"Siamo qui oggi di fronte ad una crisi che sta causando un'escalation di violenza terribile, ad una crescente crisi umanitaria in Cisgiordania e a Gaza, con la popolazione civile coinvolta, ad una crescente tensione nel nord di Israele. La comunità internazionale esige che Israele rispetti gli obblighi internazionali di rispetto dei civili, che si interrompa la distruzione e i danni inferti ad abitazioni civili. Il rispetto dei diritti umanitari è prioritario per ogni Stato che si dica democratico". Queste le parole con cui il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha aperto oggi il vertice di Madrid sulla crisi mediorientale, a cui partecipano Colin Powell (segretario di Stato USA), Igor Ivanov (ministro degli Esteri Russia), Javier Solana (Alto rappresentante per la Politica estera dell'Ue), José Maria Aznar (Presidente di turno dell'Ue) e Josep Piqué (ministro degli Estri spagnolo).
"Israele dele smettere di causare danni alle infrastrutture civili e alle proprietà private nell'Autorità nazionale palestinese, deve permettere l'accesso al personale umanitario e deve rispettare la legge internazionale e le condizioni di base per ogni nazione che rispetti democrazia e diritti internazionali". 
Il segretario delle Nazioni Unite ha proseguito esprimendo grande preoccupazione per gli ultimi episodi di guerra al confine libanese di Israele, che, ha ripetuto più volte Annan, deve rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Due i punti fermi: ritiro immediato dai territori, rispetto del cessate il fuoco da parte palestinese.
Il segretario delle Nazioni Unite ha proseguito esprimendo grande preoccupazione per gli ultimi episodi di guerra al confine libanese di Israele, che, ha ripetuto più volte Annan, deve rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Due i punti fermi: ritiro immediato dai territori, rispetto del cessate il fuoco da parte palestinese.
"Invitiamo le autorità israeliane e palestinesi a collaborare con la missione di Powell... - ha proseguito Annan nel comunicato congiunto - Non esiste una soluzione militare del conflitto. Riaffermiamo il nostro appoggio agli obiettivi espressi dal presidente Bush, laddove due Stati possano vivere fianco a fianco in confini sicuri; accogliamo con favore l'iniziativa saudita per arrivare ad una pace globale". 
"Le risoluzioni 1402 e 1403 del Consiglio di Sicurezza devono essere immediatamente attuate: deve esserci l'immediato cessate il fuoco e l'immediato ritiro dalla Ciosgiordania e da Ramallah - ha detto ancora Annan - Invitiamo Israele ad attenersi ai principi intenazionali umanitari, ad astenersi dall'eccessivo uso della forza".
"Invitiamo Afarat a fare immediatamente sforzi per bloccare gli attacchi terroristici contro israeliani innocenti - ha proseguito Annan -Invitiamo l'Anp ad agire con decisione per adottare tutte le misure possibili per smantellare l'infrastruttura del terrorismo, incluso il suo finanziamento, e mettere fine agli incitamenti alla violenza. Invitiamo il presidente Arafat  - ad usare tutto il peso della sua autorità politica per persuadere la gente palestinese a porre fine immediatamente a tutti gli attacchi terroristici contro il popolo israeliano. Il terrorismo, compreso quello dei kamikaze, è illegale ed immorale, ha inflitto gravi danni alle legittime aspirazioni del popolo palestinese e deve essere condannato". 
"Arafat aderisca alla poposta Zinni per il cessate il fuoco, al piano Tenet, al piano Mitchell. I piani vanno attuati appieno - ha concluso Annan - ivi compresa la fine dell'attività di insediamento dei coloni (nei territori, ndr)".
Powell: la violenza non porta che a violenza
'Accetta la definizione di 'resistenza' per gli attentati contro obiettivi militari israeliani?' , ha chiesto un giornalista al segretario di Stato americano Powell. "La violenza in qualsiasi forma - ha risposto quest'ultimo - che la si chiami resistenza o meno, è controproducente. E' importante che si siano 2 Stati, la fine della violenza, che sta destabilizzando la regione e distruggendola. E' importante interrompere la violenza e la rispsosta alla violenza - ha concluso Powell - La violenza non favorisce progetti di lungo termine".

Risposta di Israele
GOL, ATTENTATO HAIFA DIMOSTRA NECESSITA' DI NON INTERROMPERE OPERAZIONE 

Roma, 10 apr. (Adnkronos) - ''L'attentato di oggi e' la prova della difficolta' della situazione in cui si trova Israele: 24 ore dopo il ritoro dell'esercito da Turkarem e Kalkiliya, c'e' gia' un nuovo attentato contro di noi. Allora per noi e' importante completare l'opera di sradicamento dal territorio del terrorismo che oggi e' contro Israele ma domani sara' contro tutta la societa' occidentale. Questa lotta contro il terrorismo internazionale e palestinese e' importante non solo per noi ma per tutta l'Europa e la comunita' internazionale''. L'ambasciatore israeliano a Roma Ehud Gol, conversando dopo l'incontro con la delegazione dei Ds guidata da Piero Fassino, esclude il ritiro immediato dell'esercito israeliano chiesto dal vertice di Madrid possa avere seguito fino a quando non si potra' avere la certezza di una sconfitta del terrorismo palestinese. 


10 Apr 2002,MEDIO ORIENTE (CNN) -- Dopo una settimana di combattimenti violentissimi, sembra essere giunta al termine la battaglia di Jenin, la città

MEDIO ORIENTE (CNN) -- Dopo una settimana di combattimenti violentissimi, sembra essere giunta al termine la battaglia di Jenin, la città nell'estremo Nord della Cisgiordania dove più alto è stato il numero delle vittime in seguito alle operazioni militari dell'esercito israeliano. Secondo l'inviata della CNN Rula Amin, gli uomini armati palestinesi avrebbero esaurito le munizioni, e i combattimenti si sarebbero velocemente esauriti. israeliano ha avrebbe preso interamente il controllo della città vera e propria e del campo profughi ad essa adiacente.



Giulietto Chiesa: mediatore cieco

messaggio 7 Apr 2002, 1:37


Non si è mai visto un mediatore che sostenga le ragioni di una parte contro quelle dell'altra. Gli Stati uniti di George Bush non sono più un mediatore credibile. Non è credibile il monito - tardivo comunque - a Sharon di fermarsi, quando nelle scorse settimane e mesi gli si è detto che poteva andare avanti, continuare, insistere. Siamo di fronte al più colossale fallimento politico della diplomazia statunitense dai tempi della seconda guerra mondiale. L'attuale capo dell'amministrazione americana è riuscito a dilapidare in pochi mesi il successo che aveva accumulato sull'onda dell'11 settembre. La piattaforma che Colin Powell porterà a Tel Aviv la prossima settimana non rappresenta che un modesto tentativo di recuperare una posizione salomonica in un contesto dove la bilancia è già stata rovesciata dal più forte dei contendenti.

A Washington, forse, erano distratti da altri progetti, il più importante dei quali è l'attacco all'Iraq, in avanzato stato di preparazione, come tutti i segnali indicano. Distrazione che la dice lunga sulla capacità dell'attuale amministrazione di gestire simultaneamente più di una crisi politica e militare del pianeta che essa sta dominando.
A meno che non si ipotizzi che lo scenario, che si sta dispiegando di fronte ai nostri occhi, sia stato meditato e sia funzionale ad un progetto che prevede due crisi simultanee nell'«area del petrolio». A Washington ci sono troppi strateghi intelligenti - oltre a un presidente imperiale e ondivago - per autorizzarci a pensare che non abbiano valutato gli effetti potentemente destabilizzatori su tutta l'area della prima crisi (in atto) e della seconda (in fieri).
Se procedono, come pare, potrebbe voler dire che hanno messo nel conto la sollevazione del mondo arabo. Del resto le profonde inquietudini che serpeggiano a Riyadh, al Cairo e ad Amman dicono che i regimi arabi moderati, che dipendono dagli Stati uniti non meno di Israele, temono esattamente questa evoluzione. E loro hanno - per necessità di sopravvivenza - antenne molto più sensibili delle nostre.
Tutto ciò non autorizza illusioni sull'esito della missione di Colin Powell. Che regala a Sharon proprio quello che Sharon chiede: lasciatemi finire l'opera. E l'opera è la demolizione - che egli crede irreversibile - dello stato palestinese e della sua leadership. Non si trascuri il «dettaglio» che nello sconclusionato pacchetto del segretario di stato c'è l'ingiunzione ai palestinesi di «trovarsi un altro leader». Che equivale a ordinare loro di privarsi dell'unico negoziatore possibile. Dopodiché si apre una sola prospettiva: carri armati contro kamikaze. Altro sangue da entrambe le parti. Il vicolo cieco è più cieco che mai. Peggio: è cieco lo stesso mediatore, o finge di esserlo.
Questo è il quadro. Che l'Europa, schiaffeggiata dal brutale diniego subito dai suoi rappresentanti, non può accettare. Romano Prodi, che la rappresenta, ha già rilevato - giustamente - che gli Stati uniti hanno fallito. Analoghi accenni vengono da Mosca. Per l'Europa, che non è un nano, Arafat è il capo dell'Autorità palestinese. Che vada dunque l'Europa a difendere la legalità che essa stessa ha contribuito a creare. Che ci vada nella persona dei suoi più alti rappresentanti: della Commissione e del Parlamento europeo.

Sarà un atto inedito nella storia delle procedure diplomatiche, ma non si può lasciare la difesa della legalità internazionale ai pacifisti che tentano di interporsi tra le truppe di occupazione e la popolazione palestinese.
In ogni caso l'Europa ha strumenti e forme di dissuasione, incluse quelle economiche. Le usi con tutta l'energia di cui dispone per indurre Sharon ad accettare la mediazione europea. E chieda al Grande Alleato di lasciargliela svolgere, magari assieme alla Russia. Sperare nell'azione di pace dell'impero che prepara la guerra è cosa senza senso.

giovedì 14 maggio 2009

L’Onu accusa Israele: "A Jenin una catastrofe"

l'Unità 19 aprile 2002
GERUSALEMME - Scavano con le mani, chiamano a gran voce i loro cari, che immaginano sepolti sotto le macerie del campo profughi a Jenin. E che sperano di trovare ancora in vita, nonostante siano passati molti giorni, per qualcuno ben due settimane, da quando la casa è crollata loro addosso. Cinque persone vengono così riportate alla luce dai soccorritori, in un punto del campo. Ma altrove la frenetica rimozione dei detriti fa riemergere solo cadaveri.
Questa era Jenin giovedì mattina. Un cantiere improvvisato, dove gli abitanti e i volontari delle organizzazioni umanitarie erano lanciati in una disperata lotta contro il tempo, per salvare eventuali superstiti, intrappolati sotto gli edifici abbattuti dai bulldozer blindati dell'esercito israeliano. Il parziale ritiro dei tank e dei soldati aveva incoraggiato i civili a tornare nel campo, dal quale erano fuggiti o erano stati allontanati dai soldati nelle operazioni della settimana scorsa. Ma a metà giornata l'esercito ha reimposto il coprifuoco e la gente a poco a poco ha dovuto sgombrare. Con la speranza che il governo mantenga però l'impegno di abbandonare del tutto Jenin e altre località occupate in Cisgiordania entro i due giorni annunciati dal ministro della Difesa Binyamin Ben Eliezer. Quest'ultimo ha precisato per altro che non ci sarà alcun ritiro, almeno per ora, da Ramallah e da Betlemme.
Cos'è accaduto a Jenin? Semplicemente «una catastrofe umanitaria», è l'aspro giudizio dell'inviato delle Nazioni Unite, Terje-Roed Larsen,. «Orribile, al di là di quanto si possa credere», insiste Larsen, secondo il quale «nessuno scopo può giustificare la colossale sofferenza inflitta ai civili», e «il diritto di Israele alla propria autodifesa non può essere considerato un assegno in bianco». Larsen chiede a Israele due cose. In primo luogo sia concesso alle agenzie internazionali di soccorso di agire liberamente per recuperare i morti ed i superstiti, senza le limitazioni subite sinora, e con l'attiva collaborazione degli israeliani stessi. «Non è ammissibile -dice con sdegno- che la gente sia costretta a scavare con le mani, come ho visto fare con i miei occhi». Secondariamente bisogna fornire acqua, cibo, elettricità. Ci sono almeno duemila persone rimaste senza un tetto. «La città è piombata nel caos -continua Larsen-. Oltre alle distruzioni materiali, si registra il collasso delle istituzioni palestinesi. Non esiste più un'autorità, una forza di polizia. Gli israeliani hanno forse smantellato l'infrastruttura del terrorismo, come dicono, ma hanno sviluppato contemporaneamente un'infrastruttura dell'odio nei confronti di se stessi».
Alle critiche ed alle accuse Israele ribatte con Danny Ayalon, consigliere di Sharon, che si limita genericamente a dire di «condividere le preoccupazioni umanitarie» internazionali. Ma l'atteggiamento delle autorità in tutti questi giorni si è sempre basato piuttosto sul rifiuto di ammettere che a Jenin i diritti umani siano stati violati. Ancora giovedì pomeriggio un alto funzionario del ministero degli Esteri, Gideon Meir, definiva «una menzogna» la demolizione di edifici ad opera dell'esercito e sosteneva che «le case del campo profughi erano state disseminate di trappole esplosive dai terroristi palestinesi» ed era quella la ragione dei crolli. Le forze armate, dopo avere ipotizzato duecento morti, si sono attestate su una stima relativa ad alcune decine di vittime, forse cinquanta. Ma sottolineano di essersi trovate a fronteggiare un'accanita resistenza, e ricordano di avere subito a propria volta delle perdite.
È israeliana però l'associazione B'tselem, che denuncia «gravi violazioni dei diritti umani» a Jenin. Lior Yavne, il suo portavoce, è cauto nei giudizi. «Non so se si possa parlare di massacro nel senso di una deliberata e massiccia serie di omicidi. In base alle nostre prime informazioni, riteniamo comunque che le vittime possano essere una novantina. Lo dico sulla base di una lista di cui già disponiamo: 38 nomi di persone certamente uccise a Jenin, 15 delle quali erano civili. Quanto alle gravi violazioni di cui dicevo, noi possiamo solo indicare il rifiuto di prestare cure sanitarie e fornire acqua e cibo alla gente del campo, e la distruzione delle case con i bulldozer. Abbiamo verificato almeno due o tre casi in cui la demolizione è avvenuta mentre c'era gente dentro». 
Ancora più impressionante il quadro che emerge dalla ricostruzione di «Avvocati senza frontiere», un'organizzazione che ha la sede centrale in Belgio. Diane Luping denuncia gli ostacoli frapposti all'opera dei soccorritori, e cita ben sette diverse testimonianze relative all'abbattimento di edifici senza preavviso, e quindi senza la possibilità che gli abitanti evacuassero. «È accaduto persino -afferma la Luping- che qualcuno chiedesse di rientrare per avvisare i propri familiari ed esortarli ad uscire, e che l'edificio fosse attaccato proprio nel momento in cui la persona si avventurava all'interno».
La responsabile di Avvocati senza frontiere dispone di altre terribili testimonianze. Quarantacinque persone sarebbero rimaste intrappolate nei sotterranei di una palazzina in cui si erano rifugiate durante la battaglia, e che sarebbe poi precipitata loro addosso a causa dei missili sparati da un elicottero. Sino a pochi giorni fa i poveretti sarebbero riusciti a comunicare saltuariamente con l'esterno grazie ad un telefono cellulare. La persona che ha ricevuto le drammatiche chiamate dal sottosuolo ha reso una dettagliata deposizione scritta. La responsabile locale della Croce rossa internazionale, continua la Luping, ne è stata informata, ma per ora non è stato possibile intervenire. Si teme tra l'altro che a questo punto, dopo tanti giorni, le probabilità di trovare dei sopravvissuti siano scarse. Un altro capitolo inquietante è quello delle presunte esecuzioni sommarie. La Luping sostiene di avere raccolto «diverse testimonianze oculari». Persone chiamate fuori dal loro appartamento ed eliminate a colpi di fucile, esplosi da distanza ravvicinata. Erano disarmate, in alcuni casi tenevano le mani alzate in segno di resa.
Di esecuzioni sommarie parla anche Suhad Bishara, di Adala, un'associazione per la tutela legale dei palestinesi. C'è chi racconta di avere visto tre individui costretti dai soldati a spogliarsi e ad allinearsi lungo un muro, e poi fatti fuori a raffiche di mitra. L'improvvisato e vile plotone d'esecuzione avrebbe poi infierito sui cadaveri, a uno tagliando via le dita di una mano, ad un altro saltando sul torace e calpestandolo . Tanto accanimento lascia immaginare che i tre fossero, o venissero sospettati di essere dei miliziani, ma questo ovviamente non giustifica la loro brutale eliminazione, nel momento in cui erano oramai dei prigionieri. Le stime delle fonti palestinesi sono per loro stessa ammissione, imprecise. Spiega Khader Shqeirat, del movimento Law: «Nelle condizioni in cui abbiamo potuto sinora operare, con l'accesso sistematicamente negato ai luoghi del disastro, non possiamo fare di più. Ma stiamo intervistando gli sfollati, e sulla base dei loro racconti, viene fuori un quadro raccapricciante. Quasi tutti hanno assistito alla morte di numerosi loro concittadini. Alcuni sono vaghi sul numero. Altri molto precisi, come quel tale che avendo contato ben 53 uccisioni, aveva cominciato a scrivere su un foglio di carta i nomi delle vittime a lui personalmente note, tredici, quando l'intervento dei soldati gli ha impedito di completare il resoconto». 
«Noi non neghiamo che a Jenin ci siano stati degli scontri», dichiara Mustapha Barghouti, presidente del Palestinian Medical Relief. «Ma aggiungiamo che c'è stata anche e soprattutto una selvaggia opera di distruzione. L'esercito non si è limitato a intervenire con i tank. Ha usato gli elicotteri per scagliare ordigni sulle case e i bulldozer per spianarle. Non sappiamo ancora quante siano le vittime in totale, ma possiamo già calcolare sulla base delle prime informazioni, che l'ottantacinque per cento siano civili».
l'Unità 19 aprile 2002

Intervista a Yael Dayan, scrittrice e deputata laburista, figlia del generale Moshe Dayan

messaggio 19 Apr 2002, 10:55


GERUSALEMME «Il fatto è che le "dolorose concessioni" a cui pensa Sharon per giungere in un futuro imprecisato ad un accordo con i palestinesi, non si avvicinano neppure lontanamente alle aspettative minime dei palestinesi». A parlare, nel giorno in cui Israele celebra il cinquantaquattresimo anniversario della sua fondazione, è una delle figure di primo piano della sinistra israeliana: Yael Dayan, scrittrice e deputata laburista, figlia del generale Moshe Dayan, l’eroe della Guerra dei Sei giorni. 
I palestinesi accusano Ariel Sharon di aver fatto fallire la missione del segretario di Stato Usa Colin Powell. Ritiene che il premier israeliano abbia fatto il massimo per non far naufragare l’iniziativa diplomatica del segretario di Stato Usa?
«Il concetto di massimo in questo caso è molto relativo. Il massimo di Sharon è sicuramente lontano dalla mia idea di massimo, per non parlare delle aspettative dei palestinesi. Si è parlato, ad esempio, del ritiro dell'esercito dalle città occupate: gli americani e gli europei avevano richiesto che avvenisse subito e ancora non è stato messo in atto. L’esercito esce da un posto ed entra in un altro e la cosa non sembra avere fine. E ciò che preoccupa me come molti in Israele, è che intenzioni abbia Sharon rispetto a Gaza, perché se l’intenzione è veramente di scovare i nidi del terrorismo, allora non si è risolto nulla senza entrare a Gaza, e tutte le sofferenze e i morti - nostri e loro - sono stati del tutto vani: una guerra inutile. Manca poi ancora la cosa più importante: una seria intenzione di far seguire a questa operazione militare, una proposta politica».
Sharon aveva fatto riferimento ad una Conferenza regionale di pace.
«Per quanto riguarda la Conferenza regionale, l’iniziativa di Sharon non mi sembra seria perché non comprende Siria e Libano, viene contrastata - sembra - dai Paesi arabi, senza parlare del fatto che l’Europa, per il momento, è fuori dall’iniziativa. È vero che gli americani sono d’accordo sul principio di una Conferenza di pace, ma non hanno ancora fatto digerire a Sharon l’idea che l’unica base, a mio avviso, possibile per questa Conferenza, è l’iniziativa saudita. Se riusciranno a convincere Sharon, non potrò che esserne felice, anche se al momento sono molto scettica al riguardo».
L’offensiva militare sembra aver unito l’opinione pubblica israeliana. Ma non è difficile intravedere la precarietà di questa unità. Anche in campo politico. Uno dei temi più spinosi riguarda la permanenza del Labour, il suo partito, nel governo Sharon. Lei come si pone rispetto a questa disputa?
«Ci sono cose che sono al di sopra delle divergenze politiche, acute che siano. Nel momento in cui è in corso una guerra, il Partito laburista non può e non deve uscire dal governo. Questo potrà accadere solo nel caso che la situazione in cui ci troviamo oggi dovesse cristallizzarsi, vale a dire se Sharon decidesse di mantenere l’esercito nelle aree occupate o anche in parte di esse, senza presentare alcuna proposta di soluzione del conflitto, alcuna via di uscita».
La separazione unilaterale dai palestinesi evocata da Ehud Barak potrebbe essere una soluzione?
«Dobbiamo fare attenzione alle differenti versioni della separazione. Nella proposta di Barak, questa separazione si avvicinava alle linee di confine che volevano e potevano essere quelle definitive, una volta sancite da un accordo di pace. In Sharon, più che di separazione, si parla di zone o fasce di separazione: una recinzione non meglio definita in cui il grande punto interrogativo - non risolto - è cosa ne sarebbe degli insediamenti. Se questi saranno evacuati, bene. Ma se Sharon non ha intenzione di evacuarli, significa che intende annetterli perché il loro territorio sia al di qua della recinzione. Questa ambiguità deve essere sciolta al più presto. Perché la destra non può pensare di poter vendere agli israeliani una illusione: quella di una pace a "costo zero". Una pace, cioè, che non comporti significative concessioni territoriali e il via libera, sia pure in un quadro di garanzie per la sicurezza di Israele, ad uno Stato palestinese».

Marwan Barghuti«Volete la sicurezza, mettete fine all'occupazione».

messaggio 19 Apr 2002, 
Con questo titolo mercoledì 16 The Washington Post pubblicò un articolo di Marwan Barghuti, segretario generale di Al-Fatah in Cisgiordania e deputato del Consiglio legislativo palestinese, ora imprigionato da Sharon che promette di processarlo e condannarlo all'ergastolo. Riproponiamo i passi salienti dell'articolo, alla luce della tragedia attuale. La decisione del più importante quotidiano americano mostra comunque che gli americani almeno s'interrogano sulla tragedia che si consuma nei Territori palestinesi, anche attraverso le parole di undirigente dell'Intifada definito invece da sempre «un terrorista, a capo diterroristi» dal governo israeliano. Buona parte dei media italiani sarebbero mai stati disposti a fare altrettanto? Il premier israeliano Sharon, scrive Barghuti, non desidera il ritorno alla calma nei Territori «è stato eletto in periodo di crisi e sa che il suo potere è sostenibile solo in una fase di crisi...per questo cerca ogni pretesto per riaccendere le fiamme dell'agitazione ed evitare un ritorno al negoziato di pace». Barghuti descrive come le demolizioni di case e le esecuzioni mirate dei dirigenti palestinesi serve a Sharon solo a provocare nuove esplosioni di rabbia e violenza. «Posso garantire agli israeliani - scrive Barghuti - che il mio (possibile) assassinio o quelli di 85 dirigenti palestinesi (al 16 gennaio ndr) non porteranno alla sicurezza che cercano e meritano»Il solo modo per gli israeliani di ottenere la sicurezza, proseguiva il segretario di Al-Fatah, «è di mettere fine all'occupazione dei Territori palestinesi che dura da 35 anni. Gli israeliani devono dimenticare il mito che sia possibile avere sicurezza e occupazione allo stesso tempo e che una coesistenza pacifica possa realizzarsi tra lo schiavo e il padrone. La mancanza di sicurezza per Israele nasce dalla mancanza di libertà per i palestinesi...Non dimentichiamolo mai, i palestinesi hanno riconosciuto l'esistenza di Israele nel 78% della Palestina storica, invece Israele si rifiuta di riconoscere il diritto della Palestina di esistere nel rimanente 22%». E Barghuti non esita, sul W. P,: a rivolgere accuse durissime agli Stati Uniti. «Non abbiamo fiducia degli Usa che forniscono miliardi di dollari ogni anno a Israele contribuendo a finanziare l'espansione delle colonie (israeliane) illegali; negli Stati uniti `combattenti anti-terrorismo' e che forniscono a Israele gli F-16 e gli elicotteri da combattimento che poi vengono usati contro una popolazione senza difesa; negli Stati Uniti 'difensori della libertà e degli oppressi' e che poi appoggia Sharon nonostante sia accusato di crimini di guerra per le sue responsabilità nel massacro di profughi palestinesi nel 1982». «Non sono un terrorista - conclude Barghuti - ma nemmeno un pacifista. Sono una semplice persona che viene dalle strade palestinesi e che come ogni altra persona oppressa ha il diritto di difendersi in assenza di aiuti da qualsiasi parte. Questo principio potrebbe portare al mio assassinio...Non voglio distruggere Israele ma soltanto mettere fine all'occupazione del mio paese».