Corriere della Sera 8 marzo 2002
sabato 2 maggio 2009
Manuela Dviri,«Mi ribello alla politica della vendetta»
Spesso mi chiedo come possa io, cittadina israeliana da trentatré anni, sionista dalla nascita, figlia di sionisti, madre di tre figli ebrei israeliani, di cui uno morto ventenne in servizio militare in Libano, come possa io dire che la politica del mio paese, guidato da Ariel Sharon, è una politica folle, suicida, e immorale; che nella sua sanguinosa inefficienza sta portando il paese all'autodistruzione. Come posso? Ecco, l'ho detto. E lo dico a voce alta.Mi sento imprigionata in un marchingegno guidato da forze non controllabili, animalesche, violente e dannose a qualsiasi causa. Sono giorni in cui posso provare solo orrore e vergogna, e sento che stiamo andando incontro al punto di non ritorno. Mi vergogno delle atrocità fatte compiere ai nostri ragazzi in nome dell'amore per la patria, ho orrore del cinismo con cui viene usata la loro giovane età e la loro emotività ancora in formazione. Mi ribello alla politica della vendetta senza fine, e voglio urlarlo agli ebrei della diaspora, ai cittadini israeliani, all'Europa che ci guarda da vicino.Quando penso agli ebrei della diaspora, penso a mio padre. Mai osò pensare, fino all'ultimo giorno della sua vita, di criticare Israele. E così è sempre stato per gli ebrei italiani e quelli della diaspora in genere, giustamente solidali con il paese nato dopo la Shoà, per permettere la continuità del popolo e della ricchissima cultura ebraica. Ma i tempi sono cambiati e, se ancora hanno a cuore il destino di Israele devono cominciare a porsi domande difficilissimeE' venuto il momento di decidere da che parte si sta: se si sta dalla parte degli ottimisti che credono possibile un futuro comune in Medio Oriente; o da quella di chi non crede in alcun futuro che non sia una vittoria inutile e arrogante, ottenuta tramite massacri e rivendicazioni.L'atteggiamento critico, faticoso sempre, è portatore di libertà: toglietevi, togliamoci dagli schemi stantii, dai sensi di colpa, dai pregiudizi della paura: si può continuare ad amare Israele anche senza accettare la politica del suo governo e gli atti ingiusti che sta compiendo, anzi combattendola con forza, aiutando chi cerca nuove strade.E a noi che viviamo ogni giorno la realtà israeliana rimane sempre il pesante dovere di ribellarci, di scendere in piazza, di dimostrare, di parlare tra di noi e con i palestinesi ovunque sia possibile, e di tutelare i nostri giovani da atti che calpestano la loro dignità. Se non faremo questo continueremo a pagare di persona, senza nulla ottenere.Né voglio dimenticare i palestinesi: i torti fatti da ambedue le parti sono tanti, ma stiamo mettendo in scena la stessa tragedia. Anche loro vivono, a mio avviso, in contraddizione con la loro leadership, e le conseguenze che pagano sono pesantissime. Mi auguro che l'atteggiamento critico, che pure fa parte della loro tradizione, riesca ad emergere più apertamente creando ponti di dialogo e non solo messaggi di disperazione. Dopo tutto viviamo nella stessa terra, beviamo la medesima acqua, godiamo dello stesso clima e per tante cose ci assomigliamo nel destino.
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