19 Apr 2002, 10:55GERUSALEMME «Il fatto è che le "dolorose concessioni" a cui pensa Sharon per giungere in un futuro imprecisato ad un accordo con i palestinesi, non si avvicinano neppure lontanamente alle aspettative minime dei palestinesi». A parlare, nel giorno in cui Israele celebra il cinquantaquattresimo anniversario della sua fondazione, è una delle figure di primo piano della sinistra israeliana: Yael Dayan, scrittrice e deputata laburista, figlia del generale Moshe Dayan, l’eroe della Guerra dei Sei giorni.
I palestinesi accusano Ariel Sharon di aver fatto fallire la missione del segretario di Stato Usa Colin Powell. Ritiene che il premier israeliano abbia fatto il massimo per non far naufragare l’iniziativa diplomatica del segretario di Stato Usa?
«Il concetto di massimo in questo caso è molto relativo. Il massimo di Sharon è sicuramente lontano dalla mia idea di massimo, per non parlare delle aspettative dei palestinesi. Si è parlato, ad esempio, del ritiro dell'esercito dalle città occupate: gli americani e gli europei avevano richiesto che avvenisse subito e ancora non è stato messo in atto. L’esercito esce da un posto ed entra in un altro e la cosa non sembra avere fine. E ciò che preoccupa me come molti in Israele, è che intenzioni abbia Sharon rispetto a Gaza, perché se l’intenzione è veramente di scovare i nidi del terrorismo, allora non si è risolto nulla senza entrare a Gaza, e tutte le sofferenze e i morti - nostri e loro - sono stati del tutto vani: una guerra inutile. Manca poi ancora la cosa più importante: una seria intenzione di far seguire a questa operazione militare, una proposta politica».
Sharon aveva fatto riferimento ad una Conferenza regionale di pace.
«Per quanto riguarda la Conferenza regionale, l’iniziativa di Sharon non mi sembra seria perché non comprende Siria e Libano, viene contrastata - sembra - dai Paesi arabi, senza parlare del fatto che l’Europa, per il momento, è fuori dall’iniziativa. È vero che gli americani sono d’accordo sul principio di una Conferenza di pace, ma non hanno ancora fatto digerire a Sharon l’idea che l’unica base, a mio avviso, possibile per questa Conferenza, è l’iniziativa saudita. Se riusciranno a convincere Sharon, non potrò che esserne felice, anche se al momento sono molto scettica al riguardo».
L’offensiva militare sembra aver unito l’opinione pubblica israeliana. Ma non è difficile intravedere la precarietà di questa unità. Anche in campo politico. Uno dei temi più spinosi riguarda la permanenza del Labour, il suo partito, nel governo Sharon. Lei come si pone rispetto a questa disputa?
«Ci sono cose che sono al di sopra delle divergenze politiche, acute che siano. Nel momento in cui è in corso una guerra, il Partito laburista non può e non deve uscire dal governo. Questo potrà accadere solo nel caso che la situazione in cui ci troviamo oggi dovesse cristallizzarsi, vale a dire se Sharon decidesse di mantenere l’esercito nelle aree occupate o anche in parte di esse, senza presentare alcuna proposta di soluzione del conflitto, alcuna via di uscita».
La separazione unilaterale dai palestinesi evocata da Ehud Barak potrebbe essere una soluzione?
«Dobbiamo fare attenzione alle differenti versioni della separazione. Nella proposta di Barak, questa separazione si avvicinava alle linee di confine che volevano e potevano essere quelle definitive, una volta sancite da un accordo di pace. In Sharon, più che di separazione, si parla di zone o fasce di separazione: una recinzione non meglio definita in cui il grande punto interrogativo - non risolto - è cosa ne sarebbe degli insediamenti. Se questi saranno evacuati, bene. Ma se Sharon non ha intenzione di evacuarli, significa che intende annetterli perché il loro territorio sia al di qua della recinzione. Questa ambiguità deve essere sciolta al più presto. Perché la destra non può pensare di poter vendere agli israeliani una illusione: quella di una pace a "costo zero". Una pace, cioè, che non comporti significative concessioni territoriali e il via libera, sia pure in un quadro di garanzie per la sicurezza di Israele, ad uno Stato palestinese».
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