domenica 3 maggio 2009

«I soldati hanno paura. Anche dei giornalisti»

GERUSALEMME - Non li odio per quello che sono, ma per come mi obbligano a trattarli: Golda Meir lo diceva trent'anni fa degli arabi, l'esercito israeliano sembra pensarlo adesso dei giornalisti che tiene nel mirino. Le condoglianze non si negano a nessuno, si sa, e l'uccisione di Raffaele Ciriello, certo, «dispiace» e crea imbarazzo al ministero della Difesa. «Piena collaborazione» viene poi assicurata alle autorità italiane che hanno deciso d'indagare sulla morte del fotoreporter. Ma di qui a constatare che l'inchiesta aperta per i fatti di Ramallah sia in cima ai pensieri dei militari, ce ne corre: «Non abbiamo ancora identificato il soldato che potrebbe avere sparato da un carro armato - spiega il portavoce Olivier Rapovich -, perché non abbiamo informazioni precise su quanto è accaduto. Ho visto in tivù le immagini della sparatoria. Devo dire che le cose non mi sembrano così chiare, assolutamente, come qualcuno invece sostiene. E soprattutto, non si vede nessun tank». Ieri sera, il network qatariota Al Jazira ha mostrato altre inquadrature di quella stradina infernale: si registrano gli ultimi istanti di vita di Raffaele, si sente una raffica (una sola). Poco altro.Bastano le parole dei testimoni, però, a sapere quel che è accaduto. E aiutano quelle d'un obbiettore come Ofer Naiman, 32 anni, a capire perché è successo: «E' difficile stabilire se il vostro collega sia stato ucciso di proposito. E nessuno sa ancora quanto siano gravi le responsabilità specifiche di quel soldato che ha sparato. Però, è chiaro, cose come queste capitano quando si ricorre a un uso massiccio della forza contro la popolazione civile, quando si va a prendere il controllo d'una città con più di cento carri armati. In quella situazione di coprifuoco, i militari hanno paura di tutto ciò che si muove liberamente, a cominciare dai giornalisti. La morte di Ciriello è un'altra occasione per chiedersi se ha senso occupare, sparare, schiacciare tutto con questa violenza». Pel di carota e aria da ragazzino, le scarpe da jogging senza stringhe, Ofer è un riservista dell'intelligence che sta facendo un master d'informatica all'università di Gerusalemme. Un mese fa, con 331 amici ha dato vita al movimento dei sarbanin , i richiamati alle armi che si rifiutano d'andare nei territori occupati: «Io non sono contro il servizio militare. Voglio difendere il mio Paese. Però sono contro una campagna d'occupazione che ha un solo risultato: rendere Israele meno sicura e umana. »C'è chi dice no da almeno vent'anni, nell'esercito israeliano: « Iesh Gvul » (C'è un limite) è l'associazione degli obbiettori che nell'82 ruppe per la prima volta l'unanimismo delle forze armate, contestando i macelli di Sharon in Libano. Il maggiore Ishai Menuchin, il fondatore, si fece 35 giorni di carcere: «Continuo a prestare servizio nell'esercito - racconta -, ma ho ottenuto almeno una cosa: i miei superiori sanno che io disobbedisco, quando si tratta d'andare nelle zone occupate». Tollerata, perché Israele è pur sempre una democrazia, la vita degli obbiettori in divisa non è facile di questi tempi: «Gli ultraortodossi hanno i nostri numeri di telefono, li pubblicano, invitano la gente a insultarci come colpevoli e disertori. Ci siamo abituati. Ma questa non è la Colombia, e il fatto di essere ebrei comunque ci protegge. Se fossimo palestinesi, le cose andrebbero molto peggio». 

Corriere della Sera 15 marzo 2002

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