Corriere della Sera 4 marzo 2002
sabato 2 maggio 2009
NAHUM BARNEA Ariel è fermo nel pantano E con lui tutti
I muri di Beit Yisrael, quartiere religioso di Gerusalemme, sono cosparsi di poster che condannano lo Stato di Israele, il suo governo e il sionismo. Il kamikaze, che sabato sera ha deciso di farsi esplodere proprio lì, non ha tenuto conto delle idee delle sue vittime. Li ha uccisi perché israeliani. Il terrore non fa distinzioni tra ortodossi e sionisti, donne e uomini, adulti e bambini. Questa crudele uguaglianza non cancella la lotta tra laici e religiosi, ma obbliga le parti ad abbassare i toni.Il terrore non deve essere considerato una catastrofe naturale. Ha una logica e una politica. L’attuale escalation è cominciata quando il governo ha deciso di ignorare l’arresto degli assassini del ministro Zeevi, e di continuare a tenere Arafat agli arresti domiciliari a Ramallah. Una decisione che è il risultato delle minacce della destra radicale di uscire dalla coalizione.Il governo ha risposto con una contro-escalation. Obiettivi, i campi profughi di Jenin e Nablus. Con un chiaro messaggio: ogni madre palestinese deve capire che i militari israeliani sono in grado di arrivare ovunque nei Territori. Il messaggio è stato recapitato, al costo di due soldati e di 25 palestinesi.Poche ore dopo è arrivato il turno dei palestinesi, che hanno spedito il loro messaggio a Ghilo e a Beit Yisrael. E ora ogni madre ebrea sa che il terrore può colpire ovunque.Qualcosa, qualcuno deve rompere questa spirale di violenza. Dopo un anno e mezzo di sangue, sappiamo che la salvezza non arriverà dai nostri militari. Il terrorismo degli attacchi suicidi è nato dalla disperazione e alla disperazione non c’è soluzione militare. Ma la salvezza non arriverà neppure da Arafat. La guerra è andata fuori controllo ed è diventata la guerra di un popolo contro l’altro.L’unico a poter cambiare la situazione è Sharon. Si trova davanti a un bivio e non sa che strada prendere. La destra lo sta spingendo alla guerra, alla fine della quale milioni di palestinesi verrebbero espulsi. Sharon non intende diventare un criminale di guerra. «Soluzione non praticabile», dice.Peres cerca, in giro per il mondo, un processo negoziale che Sharon non desidera. Altri, a destra e a sinistra, parlano di «separazione», ognuno con la propria formula.Il piano delle zone cuscinetto di Sharon è solo sabbia negli occhi. Anche i bambini sanno che una vera separazione richiede lo smantellamento di molte colonie. Sharon non vuole o non può pagare il prezzo che questo richiederebbe.Questo è il motivo per cui Sharon resta fermo. Non c’è un progetto futuro. E sei milioni di israeliani stanno nello stesso pantano. Non importa, gli dice il primo ministro. Voi vedete il fango. Io vedo la forza d’animo della nazione.
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