Bnei sharmuta" ("figli di puttana"). E' questo il cordiale saluto, metà in ebraico e metà in arabo, che i soldati israeliani hanno lasciato, scritto su una lavagna, ai bambini della scuola "Basic boys school" dell'Unrwa (l'agenzia dell'Onu) alla periferia del campo Al-Amari, rioccupato e devastato per tre giorni, così come Ramallah e l'altro campo profughi, Qaddura. Ma questo è solo il più lieve degli atti di vandalismo e di rappresaglia pura contro i civili palestinesi avvenuti questa settimana. Ci vorranno infatti almeno due-tre giorni per consentire agli scolari di Al-Amari di rientrare in aula. Trasformata in un centro di detenzione in cui per 72 ore sono stati portati e interrogati circa 200 abitanti del campo profughi, la "Basic boys school" ieri, dopo la partenza dei soldati israeliani, era piena di rifiuti di ogni genere, con le porte di molte aule sfondate, con il muro di recinzione e il cancello di ingresso abbattuti dai mezzi blindati entrati nel cortile e nel campo di basket della scuola.
Abbiamo provato orrore osservando ieri a Ramallah e nei due campi profughi, devastazioni che non c'entrano nulla con le "misure di sicurezza", con le "azioni preventive" delle quali parlano un'ora si e una no, ministri e generali israeliani. "Tutte le persone arrestate sono state rilasciate, tranne sette, che peraltro sono solo parenti di combattenti palestinesi. Hanno voluto in umiliare dei civili innocenti" ci ha detto Darwish Abu Rish, un giovane regista televisivo nato e cresciuto ad Al-Amari. Poco più di un mese fa, i soldati avevano distrutto gli studi della radiotelevisione palestinese dove Abu Rish ha lavorato per anni. Da lunedi a giovedi, il regista e la sua famiglia hanno avuto i soldati e i carri armati israeliani sulla porta di casa. "Martedì quando i militari sono entrati nel campo - ha raccontato Abu Rish - una cinquantina di combattenti palestinesi hanno opposto una resistenza eroica. Poi, per evitare danni ai civili, i leader di tutte le organizzazioni hanno deciso di farli ritirare. Nel campo sono rimaste solo persone disarmate ma loro (gli israeliani, ndr) non hanno esitato a punirci, ad umiliarci. Hanno distrutto tutto ciò che potevano"E non sono affatto esagerate le affermazioni di Abu Rish. Non solo i carri armati e i blindati hanno danneggiato le infrastrutture civili ad Al-Amari ma i soldati si sono accaniti anche contro il poliambulatorio dell'Unrwa. Un funzionario delle Nazioni Unite ieri ci ha mostrano gli effetti del "passaggio" dell'esercito israeliano nell'unica struttura sanitaria del campo che, peraltro, nel 1991 aveva ricevuto un premio speciale dall'Onu perché ritenuta la più efficiente tra quelle a disposizione dei profughi in Cisgiordania e Gaza. La sala di attesa del poliambulatorio appariva ieri nelle stesse condizioni di una toilette pubblica, ma le devastazioni più gravi sono avvenute negli studi medici. Costosi macchinari per le ecografie e le radiografie sono stati danneggiati forse in modo irreparabile. Nello studio dentistico non c'è più un solo strumento intero. Gran parte dei computer sono inutilizzabili. Non e' andata meglio al centro ricreativo del campo. Le pareti dell'edificio sono state sfondate, i tavoli spaccati in due e le attrezzature sportive distrutte. I soldati si sono accaniti anche sul tavolo da biliardoSe Ariel Sharon, Benyamin Ben Eliezer e Shimon Peres pensavano di mettere fine all'Intifada e alla resistenza armata palestinese lanciando i carri armati all'assalto di città e campi profughi, allora hanno fallito in pieno il loro obiettivo. La più ampia e distruttiva offensiva mai avviata da Israele nei Territori Occupati dal 1967 a oggi, è terminata lasciandosi alle spalle non solo morti e distruzioni ma anche una rabbia infinita, una popolazione inferocita che chiede vendetta e che, soprattutto, esclude qualsiasi ipotesi di "cessate il fuoco" con Israele. Lo gridavano in migliaia ieri in Piazza Manara, nel centro di Ramallah, durante i funerali-manifestazione di alcuni dei palestinesi uccisi nei giorni scorsi. Dozzine di giovani armati e poliziotti hanno sfogato la rabbia sparando senza sosta per molti minuti raffiche di mitra in aria. I danni in questa zona della città sono stati minimi ma nella strada commerciale che porta al quartiere più antico, una dozzina di negozi sono stati devastati, alcuni incendiati. I marciapiedi sono distrutti, la segnaletica stradale non esiste più. Tuttavia è la zona dell'ospedale che ad apparire la più colpita. Camminando in quella direzione si incontrano una ventina di automobili schiacciate dai carri armati. Altre autovetture sono piene di fori di raffiche di mitragliatrice pesante. Numerosi negozi ed edifici civili appaiono distrutti"I mezzi corazzati hanno circondato tutta questa zona impedendo alle ambulanze di uscire in soccorso dei feriti. Sparavano anche su tutte le automobili che si avvicinavano all'ospedale. E' stato un fuoco continuo, indiscriminato, che poteva causare una strage se i nostri giovani non avessero scelto di sottrarsi allo scontro" ci ha raccontato Ghazi Hananyeh, medico e deputato del Consiglio legislativo palestinese. Nel parcheggio dell'ospedale sono ferme le ambulanze colpite da raffiche di mitra. "I mezzi di soccorso potevano girare in un numero limitato e soltanto se scortate dalle automobili della Croce rossa, perché i soldati sparavano su tutto ciò che aveva una scritta in arabo" ha aggiunto Hananyeh. A cento metri dall'ospedale di Ramallah, all'angolo di tra due strade, c'e' una lunga striscia scura. E' il sangue di Raffaele Ciriello, il fotografo italiano ucciso mercoledì mattina da una raffica israeliana mentre riprendeva con la sua cinepresa digitale un carro armato che ieri è stato proclamato da Arafat: "Martire della Palestina". I ragazzini palestinesi si offrivano ieri di guidare i giornalisti stranieri a visitare il luogo dove è morto il musawer, il fotografo, venuto per fissare in immagini l'Intifada. Una lotta che qui a Ramallah tutti prevedono lunga, incessante ma che alla fine, nessuno dubita, porterà all'indipendenza.
il manifesto 16 marzo 2002
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