sabato 2 maggio 2009

Norman Birnbaum «AFFRANCATEVI DALLA CASA BIANCA»

IDENTIFICARE i palestinesi con gli antisemiti europei è assurdo, tanto più che è proprio Israele ad assumere comportamenti colonialisti e persino razzisti. Eppure per molti ebrei statunitensi questo assurdo è un articolo di fede. Molti dei coloni insediatisi in Cisgiordania che considerano i non ebrei irrimediabilmente ostili sono nati negli Stati Uniti e non si sognerebbero nemmeno di consentire agli Usa di fornire aiuto a coloro che fuggono da un pogrom imminente. Questa contraddizione ne genera una più grossa. Poiché godono della cittadinanza in virtù delle regole universali vigenti nella società americana, gli ebrei degli Stati Uniti dimenticano quei valori per sostenere uno stato monoetnico che opprime un altro popolo. Molti sono arrivati persino a mettere in discussione quelle idee di giustizia e uguaglianza che una volta facevano parte della loro identità. Questo tipo di dilemma etico non coinvolge soltanto le élite che decidono la politica estera degli Stati Uniti. Il paese che si proclamava campione della libertà si è spesso alleato con Franco, Pinochet e Salazar, generali brasiliani, greci, indonesiani, coreani, pakistani e turchi, lo Scià d'Iran e, una volta deposto quest'ultimo, con il nemico della Rivoluzione Iraniana, Saddam Hussein. In loro compagnia, Sharon appare una figura minore. Israele era un alleato militare prezioso durante la Guerra Fredda, quando i suoi eserciti testavano gli armamenti e i suoi servizi segreti erano disposti ad accollarsi quelle operazioni di cui la Cia non voleva sapere. L'allora nemico dell'influenza sovietica in Medio Oriente è diventato un avversario delle diverse sfumature di panislamismo e arabismo. Non ci sono sostenitori più fermi dell'alleanza con Israele di quei burocrati, ideologi e funzionari statunitensi che ritengono che l'egemonia imperiale sia un compito degli Stati Uniti. Pur restando sensibili alle pressioni della famiglia reale saudita e degli emiri del Golfo, persino i magnati texani del petrolio insediati alla Casa Bianca ritengono che Israele sia un alleato indispensabile. L'11 settembre ha rafforzato la cooperazione fra la comunità ebraica e gli elementi più rigidi che conducono la politica estera. Nello sforzo per stabilizzare i rapporti con l'Urss, Kissinger e Nixon dovettero fronteggiare l'insistenza con cui la lobby pro-israeliana voleva far apparire come una priorità della politica estera americana il diritto degli ebrei sovietici ad emigrare. Richard Perle fu uno degli architetti di questa campagna nonché un deciso nemico di ogni accordo sul controllo degli armamenti. Come consulente dell'attuale governo egli decide quali movimenti o regimi «terroristi» Israele deve cercare di eliminare. Il partito repubblicano, interessato a strappare votanti ebrei ai Democratici negli stati della California e di New York, è particolarmente sensibile al suo richiamo. Ad ogni modo il partito Democratico è un alleato di ferro della lobby pro-Israele, da cui riceve contributi economici molto consistenti. Questo è uno dei motivi per i quali non riesce ad esprimere un'alternativa all'espansionismo illimitato caldeggiato da Bush. Il mutamento dell'etica sociale in seno alla comunità ebraica degli Stati Uniti è un dato importante. Prendiamo il caso della principale figura politica espressa dagli ebrei americani, l'ex candidato democratico alla vicepresidenza e oggi senatore del Connecticut Joseph Lieberman. Lasciando da parte le sue manifestazioni di religiosità, egli appare asservito alle grandi finanziarie concentrate nello Stato che rappresenta ed è favorevole alla guerra con l'Iraq. Il fatto che sia uno dei probabili candidati del partito Democratico alla Presidenza nel 2004 testimonia della spaccatura fra il riformismo sociale e il millenarismo profetico così tipici degli ebrei americani del secolo che si è appena concluso. Forse gli europei si assumono la propria responsabilità nella Shoah quando insistono che Israele deve abbandonare l'attuale corsa verso l'autodistruzione. Ma se vogliono che la loro politica mediorientale abbia successo, gli europei devono prima di tutto affrancarsi dagli Stati Uniti. Patten, Solana e i ministri degli esteri di Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna e Svezia hanno criticato Washington. La retorica si rafforza, ma nessuno ha avuto il coraggio di proporre la chiusura dello spazio aereo o delle basi dell'Europa qualora gli Stati Uniti attaccassero l'Iraq. Finché gli europei non parleranno chiaro, gli Usa seguiteranno a trattarli con sufficienza. Nell'ultimo incontro di ministri degli Esteri della Ue tenutosi in Spagna tutte le proposte in favore del riconoscimento di uno Stato palestinese, di elezioni in Palestina o di una nuova conferenza di pace sono state messe da parte su consiglio degli Stati Uniti. Va dato atto all'amministrazione Bush di aver pronunciato un veto nei confronti della politica di Sharon. Condividono gli europei questa posizione? Per il momento respingono l'idea sciagurata che sia necessario eliminare Arafat ma non fanno alcuna pressione effettiva su Israele. L'Unione Europea è il principale partner commerciale di Israele. La Ue ha diritto al risarcimento per le infrastrutture pagate dalla cooperazione europea che Israele ha distrutto. I cittadini israeliani sono liberi di viaggiare nei paesi Ue, mentre quelli palestinesi fanno fatica a spostarsi nel proprio territorio. Le truppe della Ue intrattengono rapporti con quelle israeliane, che agiscono in Cisgiordania come faceva Milosevic nel Kosovo. Riusciranno gli europei a far capire a Israele che le sue politiche hanno un costo? Sarebbe utile rimettere sul tavolo della discussione alcuni vecchi progetti per la ricostruzione sociale ed economica. Alla comunità ebraica degli Usa si potrebbe chiedere di contribuire al risarcimento degli arabi che sono stati costretti ad abbandonare le loro terre. Sono possibili molte iniziative, compreso un allargamento del ruolo delle Nazioni Unite. Discutere sull'invio di una forza di pace internazionale potrebbe avere effetti positivi. Gli europei dispongono di risorse politiche ed economiche che finora non hanno voluto utilizzare. Innanzitutto devono fare uno sforzo di immaginazione etica e politica. Quando coloro che si autodefiniscono realisti non fanno più nient'altro che generare morte e distruzione, uno scenario di trasformazione radicale può diventare la più realistica delle politiche.
La Stampa 04 marzo 2002

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