il manifesto 10 marzo 2002
sabato 2 maggio 2009
Manuela Dwiri: "Perché la diaspora non può tacere su Sharon"
Cittadina israeliana da 33 anni, sionista e figlia di sionisti: così si definisce Manuela Dwiri - scrittrice e opinionista israeliana - nel suo intervento-appello pubblicato l'8 marzo scorso sul Corsera. Tre figli di cui uno - Yoni - morto a vent'anni, nel 1998, in Libano. "Parlo - ci dice - perché purtroppo alcune cose si capiscono solo attraverso i traumi. E parlo anche per dire che ciò che sembra impossibile a volte è possibile". Si riferisce a una azione intrapresa da lei e da altre donne per smuovere l'opinione pubblica: azione che portò al ritiro delle truppe israeliane dal Libano. "Non bisogna lasciarsi andare a nessuna ideologia - afferma - ma toccare, piuttosto, le cose con mano. Così hanno fatto anche molte donne palestinesi quando si sono trovate le case occupate: invece che farsi saltare in aria hanno preferito parlare con le madri dei soldati `invasori' o con quelli stessi - tra di loro - che non volevano più tornare nei territori". E' così che si fa - afferma - non dicendo chi ha torto e chi ragione, né tacendo per paura dell'antisemitismoIl sionismo resta ancora il diritto degli ebrei ad avere uno stato dopo la terribile esperienza della shoah. Per me, in particolare, il diritto ad avere uno stato che viva dei valori con cui sono nata e vissuta e con cui moriròPer noi Israele è uno stato e così va considerato. Più difficile è la situazione in cui si trovano gli ebrei della diaspora che sono portati a considerarlo ancora una idea. Su di loro pesa, inoltre, quell'incrociarsi di voci che dicevano che ciò che faceva Israele era - di volta in volta - tutto bene o tutto male. Ma gli ebrei della diaspora devono capire: finché il Paese resta una idea non è mai criticabile. Penso a mio padre: per lui Begin o Ben Gurion erano la stessa cosa. Ma la realtà è diversa e bisogna avere il coraggio di dire che se un Paese è reale la sua politica può essere sbagliata. Così è oggi quella di Israele. Ed è rispetto a questa realtà che proprio gli ebrei della diaspora hanno il diritto-dovere di chiedere a Israele di continuare a esistereIo credo che per la diaspora sia venuto il momento di riconoscere che il nostro sogno è stato realizzato, ma è necessario andare avanti. Adesso, da una parte e dall'altra, le forze estremiste portano morti e suicidi secondo una stessa logica militare e di guerra. E da una parte e dall'altra ci sono voci che questa logica non accettano. E' questo che gli ebrei della diaspora devono dire, senza avere paura di possibili ricadute antisemite: l'antisemitismo c'è e ci sarà sempre ma di antisemitismo non si muore più, almeno in Israele. Semmai è di razzismo che si continua a morir la diaspora deve decidere quale parte scegliere: se il dialogo sofferto e duro con i palestinesi e con gli israeliani o la strada - assai più facile - del silenzio. E la critica va fatta con amore: non farla è ignorare i problemi .
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