sabato 2 maggio 2009

URI AVNERYTerroristi e moderati, storia comune

Siate seri, dovete eliminare i vostri oppositori", "ci vuole un partito unico", disse una volta un esponente algerino alla leadership palestinese. E i dirigenti palestinesi -mi ha confessato un loro alto esponente- in quel momento pensarono "nel nostro movimento tutto ciò non avverrà mai". Per capire quel che sta avvenendo in questi giorni nei territori palestinesi occorre partire, al di là di quel che possano indicare i singoli episodi, proprio dal fatto che la determinazione ad evitare ad ogni costo una guerra civile interna è propria dell'intero spettro politico palestinese. Una determinazione che deriva da un preciso trauma storico collegato con la "Rivolta araba" (nel gergo sionista "gli eventi") scoppiata nel 1936. L'immigrazione ebraica era in crescita esponenziale dopo l'avvento di Hitler al potere in Germania e gli arabi compresero che la terra gli veniva sottratta da sotto i piedi. In un tentativo disperato di salvare la loro esistenza nazionale dichiararono uno sciopero generale che presto si trasformò in una rivolta armata guidata da Haj Amin al-Hussein, Gran Mufti di Gerusalemme il quale finì per eliminare tutti i suoi oppositori e concorrenti. Così quando, alla fine del 1947, venne il momento della verità (dopo la risoluzione dell'Onu sulla divisione della Palestina) il popolo palestinese si trovò senza una vera leadership. Ora Sharon sta facendo di tutto per costringere Arafat a dare inizio ad una guerra civile palestinese. Questo è il senso della richiesta di eliminare la leadership di Hamas e della Jihad e di distruggere le loro istituzioni. Egli pensa che a quel punto Hamas e la Jihad si vendicheranno e uccideranno i dirigenti dell'Autorità palestinese. La faida metterebbe così fine alla lotta palestinese, per lungo tempo, forse per sempre. Ma né Arafat, né i suoi oppositori intendono realizzare questa speranza di Sharon. Nel suo appello alla nazione Arafat ha dichiarato che la continuazione degli attacchi contro gli israeliani danneggia gli interessi nazionali del popolo palestinese. Molti palestinesi pensano che Arafat abbia ragione mentre Hamas e la Jihad non condividono questo giudizio ma in ogni caso non vogliono essere trascinati in uno scontro armato fratricida. Tanto che, secondo funzionari della sicurezza israeliani, nell'ultima settimana "la diminuzione nel numero degli attacchi è calata drasticamente". Tutto ciò mi ricorda parte della nostra storia. Dopo l'uccisione di Lord Moyne da parte del Lehi ("Combattenti per la libertà di Israele" chiamati dagli inglesi "la banda Stern", en Gurion decise di consegnare i dissidenti alla polizia britannica che li torturò e li mandò in un campo di prigionia in Africa. Alcuni dei combattenti dell'Irgun ("Organizzazione militare nazionale", un altro gruppo clandestino) vennero rapiti dagli uomini di Ben Gurion del "Palmach" (Truppe d'assalto) e consegnati ai britannici, altri vennero arrestati direttamente sulla base di una lista di 700 "sospetti" fornita loro da Ben Gurion. Questi fatti sono noti come "la stagione" (alla maniera francese) nel senso di "stagione di caccia".
Se in quel frangente non scoppiò una guerra civile tra di noi fu soltanto grazie a Menachem Begin, il comandante dell'Irgun, deciso ad evitare ad ogni costo una guerra fratricida, che dette ordine di non aprire il fuoco in nessun caso contro gli uomini del Palmah. Il leader del Lehi, Nathan Yellin-Mor prese una decisione diversa: "Andai ad un incontro con i capi dell'Haganah. - mi raccontò- Misi una pistola carica davanti a me e dissi: 'Ogni combattente del Lehi userà la sua pistola per difendersi' e nessuno dei nostri fu rapito". Ben Gurion giocò un ruolo assai complesso. Da una parte egli ordinò la "stagione" e dall'altra mise in piedi il "Movimento di ribellione ebraica" che in realtà coordinava le azioni delle sue forze del Palmah con l'Irgun e il Lehi. Egli era solito utilizzare, a seconda i momenti e in varie dosi, ora la diplomazia ora la violenza alternativamente. E così facendo utilizzò per i suoi fini le azioni dell'Irgun e del LehiArafat oggi sta facendo esattamente la stessa cosa. Quando vi è la speranza di raggiungere uno stato palestinese con mezzi pacifici e quando pensa che vada evitato uno scontro con gli Usa egli blocca le azioni dei "dissidenti". Quando ogni speranza svanisce gli dà il via libera. E su questo vi è una comprensione reciproca tra gli uni e gli altri. Contrariamente all'immagine che è stata creata in Israele Arafat non è affatto un brutale dittatore. Al contrario, alcuni dei suoi consiglieri lo accusano di essere troppo incline a perdonare, di non vendicarsi di coloro che l'hanno tradito e di non punire coloro che danneggiano con le loro azioni la causa palestinese. Egli segue una vecchia tradizione araba: la "Ijmaa", il prendere decisioni con il consenso generale (i vecchi della tribù siedono e discutono un problema controverso finché anche l'ultimo dei presenti non si sia convinto a sostenere la decisione comune che diventa così unanime). Questo è l'unico e il vero modo di porre fine alla violenza. Il popolo palestinese non si suiciderà dando origine ad una guerra civile al suo interno e si convincerà a porre fine alla lotta armata solamente se la sua esistenza nazionale gli verrà assicurata da mezzi pacifici. Ma nel frattempo, non si sa mai, pensa anche ad armarsi. 

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