Yossi Shalem, tenente, carristi. «Quanti pensano che sia preferibile servire nei Territori ed eventualmente rifiutare di obbedire ad ordini palesemente illegali, si immaginano evidentemente una realtà sterile. In realtà, quando tu imponi un coprifuoco o blocchi un´arteria principale, nessuno si arrende mai. Improvvisamente tutti gli abitanti hanno bisogno di andare all'ospedale, o hanno un fratello che si sposa, oppure avevano un documento in mano ma adesso è andato misteriosamente perduto. Se li blocchi con cortesia, riproveranno subito a passare: tanto, che cosa hanno da ormai da perdere? La giornata per loro è comunque andata persa. Molto presto dunque diventi volgare, oppure apatico. Infine, anche violento. Pochi, pochissimi giusti restano gentili: ma a quanti cercano ogni giorno di raggiungere la città vicina, la loro cortesia assomiglia al sorriso di un inquisitore mentre si accinge a soffocare la propria vittima». Chen Allon, maggiore, carristi. «Un campo profughi. Io guido una pattuglia, stiamo imponendo un coprifuoco. Sentiamo un colpo sordo in uno dei vicoli. Corro con tutti gli altri. Corriamo senza sapere dove, in cerca di qualcosa. Un bambino sfugge di lato. Qualcuno grida: "Eccolo!". Gli corriamo dietro. Il bambino si infila in un vicolo cieco. Batte selvaggiamente con i pugni ad una delle porte. Un uomo la apre, vede il bambino e vede i soldati che lo inseguono. Allora comincia a picchiare il bambino, su tutto il corpo. Il bambino urla, ma il padre ci grida: «Gli avevo detto di non uscire. Non prendetelo. Lo picchio già io, forse basta così». Uzi Dror, sergente maggiore, carristi. «Ebrei. Arabi. Coloni. Palestinesi. Arabi con carta di identità celeste. Palestinesi cittadini di Israele. Zone A. Zone B. Posto di blocco all'uscita del villaggio. Lanci di pietre. Esercito. Guardia di frontiera. Agenti palestinesi. L'artificiere arriva fra poco. Mi sposo oggi. Mi spiace, il transito è vietato. Chiudi quel villaggio là. Blocca la Ford blu. Campi profughi. Colonie. Gente, gente, tanta gente: e in mezzo, io, Uzi. Ma perchè? Che cosa sto mai facendo qui, in questa baraonda?»
Yuval Tamari, capitano, aviazione. «Kussay è un farmacista di 28 anni di Ramallah. Ci conosciamo da quando entrambi studiavamo all'estero, nell´estate del 1998. Sei mesi fa mi ha chiesto se potevo aiutarlo ad andare in Giordania, per il matrimonio della sorella. Ci incontrammo al posto di blocco di Baka el-Sharkya, dove era stato convocato da un agente dello Shin Bet (servizio di sicurezza interno) responsabile del suo villaggio. Dopo tre ore di attesa, l'uomo arrivò, ordinò a Kussay di entrare nel suo ufficio, e gli disse che la richiesta era respinta. Niente matrimonio. Spiegazioni, nessuna». Illay Tamari, sergente maggiore, carristi. «Nella prima intifada bloccammo un´automobile che aveva ignorato il coprifuoco. Dentro c'erano due anziani, e un giovane al volante. Ci dissero che erano diretti all'ospedale e che uno di loro, non saprei dire quale, era malato. Il nostro comandante, che era sul posto, ci ordinò di togliere l'aria da tutti i pneumatici affinchè non dimenticassero mai che durante il coprifuoco è vietato uscire per strada. "Se oggi chiudessimo un occhio - spiegò il comandante - domani avremmo per strada tutto il campo profughi di Jabalya". I due vecchi rimasero in mezzo alla strada, in lacrime. Li lasciammo là, con la loro macchina appoggiata sui cerchioni».
La Stampa 11 febbraio 2002
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