sabato 2 maggio 2009

«Mai più aguzzini dei palestinesi»

DOPO aver servito nei Territori come riservisti, 52 militari israeliani (fra cui vari ufficiali) hanno annunciato alcune settimane fa di non voler più fungere da «aguzzini» del popolo palestinese. Gli ufficiali sono stati subito sollevati dai loro incarichi di comando: malgrado ciò il numero dei contestatori è nel frattempo salito a 210. Sabato sono usciti per la prima volta allo scoperto, in una manifestazione della sinistra radicale a Tel Aviv. Al settimanale «Ha'ir» di Tel Aviv alcuni di loro hanno spiegato per quale ragione non se la sentono più di tornare nei Territori. Haim Weiss, capitano, carristi. «Nella strada fra Betlemme e Hebron un palestinese voleva attraversare un posto di blocco con la sua automobile. I soldati gli fecero notare che lui aveva il permesso di transito, l'auto no. Se voleva proseguire doveva lasciarla ai bordi della strada. Ma nell'automobile c'erano molte merci: invano il palestinese fece appello ai soldati. Uno di questi, con una battuta crudele, gli consigliò allora di far rimorchiare l'auto da un camion che avesse la targa israeliana e fosse quindi autorizzato a spostarsi su quel tratto di strada. Il palestinese capì di non avere scelta: chiamò un camion e si fece rimorchiare fino a casa». Shammay Leibovitz, sergente maggiore, carristi. «Ci eravamo dislocati in Samaria, in una zona dove ci erano stati segnalati villaggi "problematici". "Daremo loro una lezione", ci fu anticipato. Un giorno entrammo in un villaggio, concentrammo gli uomini e i giovani al centro e ordinammo loro di raccogliere pietre. Quando chiesero la ragione, il mio comandante rispose che voleva insegnare loro come si costruisce la Muraglia cinese. Tutta la compagnia scoppiò a ridere. Sotto ai nostri fucili puntati, gli abitanti raccolsero migliaia di pietre e costruirono la loro "Muraglia cinese" attraverso il villaggio. Non era tuttavia lunga abbastanza, osservò il comandante. Per cui chi provava stanchezza non ottenne il permesso di riposarsi. Identificati i più "pigri", il comandante diede ordine di percuoterli. Infine ordinammo loro di abbattere la "Muraglia". Ma il giorno dopo tornammo, e glie la facemmo erigere di nuovo».
Yossi Shalem, tenente, carristi. «Quanti pensano che sia preferibile servire nei Territori ed eventualmente rifiutare di obbedire ad ordini palesemente illegali, si immaginano evidentemente una realtà sterile. In realtà, quando tu imponi un coprifuoco o blocchi un´arteria principale, nessuno si arrende mai. Improvvisamente tutti gli abitanti hanno bisogno di andare all'ospedale, o hanno un fratello che si sposa, oppure avevano un documento in mano ma adesso è andato misteriosamente perduto. Se li blocchi con cortesia, riproveranno subito a passare: tanto, che cosa hanno da ormai da perdere? La giornata per loro è comunque andata persa. Molto presto dunque diventi volgare, oppure apatico. Infine, anche violento. Pochi, pochissimi giusti restano gentili: ma a quanti cercano ogni giorno di raggiungere la città vicina, la loro cortesia assomiglia al sorriso di un inquisitore mentre si accinge a soffocare la propria vittima». Chen Allon, maggiore, carristi. «Un campo profughi. Io guido una pattuglia, stiamo imponendo un coprifuoco. Sentiamo un colpo sordo in uno dei vicoli. Corro con tutti gli altri. Corriamo senza sapere dove, in cerca di qualcosa. Un bambino sfugge di lato. Qualcuno grida: "Eccolo!". Gli corriamo dietro. Il bambino si infila in un vicolo cieco. Batte selvaggiamente con i pugni ad una delle porte. Un uomo la apre, vede il bambino e vede i soldati che lo inseguono. Allora comincia a picchiare il bambino, su tutto il corpo. Il bambino urla, ma il padre ci grida: «Gli avevo detto di non uscire. Non prendetelo. Lo picchio già io, forse basta così». Uzi Dror, sergente maggiore, carristi. «Ebrei. Arabi. Coloni. Palestinesi. Arabi con carta di identità celeste. Palestinesi cittadini di Israele. Zone A. Zone B. Posto di blocco all'uscita del villaggio. Lanci di pietre. Esercito. Guardia di frontiera. Agenti palestinesi. L'artificiere arriva fra poco. Mi sposo oggi. Mi spiace, il transito è vietato. Chiudi quel villaggio là. Blocca la Ford blu. Campi profughi. Colonie. Gente, gente, tanta gente: e in mezzo, io, Uzi. Ma perchè? Che cosa sto mai facendo qui, in questa baraonda?»
Yuval Tamari, capitano, aviazione. «Kussay è un farmacista di 28 anni di Ramallah. Ci conosciamo da quando entrambi studiavamo all'estero, nell´estate del 1998. Sei mesi fa mi ha chiesto se potevo aiutarlo ad andare in Giordania, per il matrimonio della sorella. Ci incontrammo al posto di blocco di Baka el-Sharkya, dove era stato convocato da un agente dello Shin Bet (servizio di sicurezza interno) responsabile del suo villaggio. Dopo tre ore di attesa, l'uomo arrivò, ordinò a Kussay di entrare nel suo ufficio, e gli disse che la richiesta era respinta. Niente matrimonio. Spiegazioni, nessuna». Illay Tamari, sergente maggiore, carristi. «Nella prima intifada bloccammo un´automobile che aveva ignorato il coprifuoco. Dentro c'erano due anziani, e un giovane al volante. Ci dissero che erano diretti all'ospedale e che uno di loro, non saprei dire quale, era malato. Il nostro comandante, che era sul posto, ci ordinò di togliere l'aria da tutti i pneumatici affinchè non dimenticassero mai che durante il coprifuoco è vietato uscire per strada. "Se oggi chiudessimo un occhio - spiegò il comandante - domani avremmo per strada tutto il campo profughi di Jabalya". I due vecchi rimasero in mezzo alla strada, in lacrime. Li lasciammo là, con la loro macchina appoggiata sui cerchioni».  
La Stampa 11 febbraio 2002

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