TEL AVIV - Gli occhi di quella giovane madre palestinese il sergente maggiore David Hoffman non li dimenticherà mai. Come non dimenticherà mai l'invocazione disperata dell'uomo, il marito, che l'accompagnava: "Vi prego - ripeteva - lasciateci passare - mia moglie deve partorire ed ha già perso molto sangue". Ma quel giorno, uno dei tanti di questa guerra che non conosce soste né pietà, l'ordine tassativo impartito al sergente Hoffman e ai suoi uomini del check-point a ridosso di Jenin, roccaforte in Cisgiordania degli integralisti di Hamas e della Jihad, era di "chiudere la porta e gettare la chiave", in altri termini, di trasformare Jenin in una grande prigione a cielo aperto. I lamenti di Leila, 25 anni, incrinano l'inflessibilità del giovane sergente israeliano. "Provo a mettermi in contatto con il comando - racconta a ilNuovo Hoffman - e cerco di convincere il responsabile di zona che quella donna non rappresenta un pericolo. La risposta è lapidaria: senza permesso, non passa". L'ambulanza giungerà dopo due ore: quella donna morirà dissanguata al posto di blocco. "La radio statale parlò di morte accidentale - conclude il sergente David Hoffman - ma io so che quella donna fu uccisa dalla nostra mancanza di pietà". Una considerazione che ha cambiato l'esistenza del giovane militare divenuto uno dei promotori del movimento dei riservisti, ufficiali e soldati, che hanno scosso, diviso, appassionato Israele con l'annuncio collettivo di non voler prestare più servizio militare nei Territori, perché, spiegano, "non vogliamo essere strumenti di oppressione e di umiliazione contro un altro popolo". La storia di David Hoffman racchiude in sé il dramma di un Paese, Israele, che s'interroga sul presente di guerra e su come spezzare questa spirale di sangue senza perdere il bene prezioso della democrazia. David Hoffman proviene da una famiglia religiosa, suo nonno è stato uno dei più autorevoli rabbini ortodossi di Israele. Lui, David, non è un "sabra" (nato in Israele), essendo venuto alla luce nella lontana New York. "Ci siamo trasferiti in Israele - racconta - quando avevo nove anni. Una scelta di vita, quella presa dai miei genitori, di chi voleva vivere pienamente la propria identità di ebreo in Eretz Israel". Per questo Yaron ed Nadia Hoffman decidono di vivere la loro ebraicità in trincea: decidono di stabilirsi a Hebron. "Ho vissuto un'adolescenza blindata - ci dice David - in scuole presidiate dai soldati, circondato dall'odio dei palestinesi". Nel cuore di Hebron vivono oggi 430 zeloti, assediati da 130mila palestinesi. Al piccolo David, Nadia insegna che gli ebrei hanno diritto a vivere nella terra dei loro avi, che Israele fu edificata su una terra senza popolo. "E tutti questi arabi da dove sono venuti, chi sono, mamma? - provavo a chiederle - senza mai ricevere una risposta". Per Nadia Hoffman, divenuta una delle animatrici del movimento ultranazionalista delle "Donne in verde", quei palestinesi erano un ingombro, una minaccia mortale. L'adolescenza di David trascorre tra agguati, coprifuoco, manifestazioni di protesta organizzate a Gerusalemme dal movimento degli Insediamenti (l'organismo che rappresenta gli oltre 220mila coloni di Cisgiordania e Gaza) contro i "traditori laburisti" che avevano osato fare la pace con il "capo degli assassini palestinesi", Yasser Arafat. L'humus culturale in cui David cresce è un impasto di messianismo religioso e di nazionalismo portato all'estremo. Per lui, il servizio militare diviene l'occasione per uscire fuori da un microcosmo chiuso, autoreferenziale, asfissiante. Il servizio militare è per David un viaggio nella sofferenza di un popolo che aveva imparato a demonizzare. Nei lunghi, interminabili, giorni trascorsi a montare la guardia ad un posto di blocco o nelle drammatiche ore passate a rispondere con le armi alle pietre e alle bottiglie incendiarie lanciate dagli "shebab", i ragazzi dell'Intifada, David prende coscienza, tocca con mano le continue umiliazioni, le sofferenze che scandiscono la vita quotidiana di decine di migliaia di palestinesi. Storie che diventano oggetto di confronti durissimi con i suoi genitori e gli altri coloni di Hebron, quando David fa ritorno per lo shabbat, il sabato ebraico, tra quella che ancora per poco sarà la sua gente. "Quei palestinesi che tanto compiangi - gli ripete Nadia - hanno solo un obiettivo nella vita: cancellare Israele dalla carta geografica del Medio Oriente, buttare a mare noi ebrei". Respira odio e diffidenza, David, alimentati peraltro dai continui attacchi suicidi contro civili israeliani inermi. E' in questo clima di guerra totale che assieme ad altri commilitoni, David decide di dire basta: "Non è con la potenza militare - afferma deciso - che Israele garantirà la sicurezza ai suoi cittadini". Per David Hoffman questa presa d'atto è molto più che un pronunciamento politico. E' una svolta esistenziale. La ricerca di una pace giusta, sostengono infatti i riservisti-obiettori, passa inevitabilmente per un ritiro dai territori arabi occupati e, dunque, per lo smantellamento delle colonie. Per Nadia e Yaron Hoffman la scelta di David rappresenta un colpo al cuore, un atto di tradimento, una rottura insanabile. "Ricordo ancora - dice David - il giorno in cui dovetti spiegare le ragioni della mia scelta. Non fu un confronto tra genitori e figlio, fu un processo, la cui sentenza era già stata scritta". Ripudio. Nadia e Yaron avevano perso il loro figlio prediletto, lo avevano perso nel cuore e nella mente. Oggi, David è tornato a studiare, vive a Tel Aviv ed è impegnato attivamente nel movimento degli obiettori: "La nostra - sottolinea - è una rivolta morale che non vuole essere strumentalizzata dalla politica". Eppure, ancora oggi, David accende con trepidazione la radio e ascolta con angoscia i notiziari che aggiornano sugli ultimi attentati contro gli insediamenti ebraici, divenuti assieme ai check-point gli obiettivi prioritari della guerriglia palestinese. Il pensiero va ai genitori con cui non ha più rapporti, che hanno deciso di restare a vivere nel ghetto blindato di Hebron. Per Nadia e Yaon Hoffman Eretz Israel è lì, nella città di Abramo. Una scelta di vita anch'essa. Una scelta che li ha portati a vestire a lutto per la "morte" del loro David, il ragazzo che ha voltato le spalle alla sua gente.
Il Nuovo 23 Febbraio 2002, 20:27
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