l'Unità 19 aprile 2002
GERUSALEMME - Scavano con le mani, chiamano a gran voce i loro cari, che immaginano sepolti sotto le macerie del campo profughi a Jenin. E che sperano di trovare ancora in vita, nonostante siano passati molti giorni, per qualcuno ben due settimane, da quando la casa è crollata loro addosso. Cinque persone vengono così riportate alla luce dai soccorritori, in un punto del campo. Ma altrove la frenetica rimozione dei detriti fa riemergere solo cadaveri.
Questa era Jenin giovedì mattina. Un cantiere improvvisato, dove gli abitanti e i volontari delle organizzazioni umanitarie erano lanciati in una disperata lotta contro il tempo, per salvare eventuali superstiti, intrappolati sotto gli edifici abbattuti dai bulldozer blindati dell'esercito israeliano. Il parziale ritiro dei tank e dei soldati aveva incoraggiato i civili a tornare nel campo, dal quale erano fuggiti o erano stati allontanati dai soldati nelle operazioni della settimana scorsa. Ma a metà giornata l'esercito ha reimposto il coprifuoco e la gente a poco a poco ha dovuto sgombrare. Con la speranza che il governo mantenga però l'impegno di abbandonare del tutto Jenin e altre località occupate in Cisgiordania entro i due giorni annunciati dal ministro della Difesa Binyamin Ben Eliezer. Quest'ultimo ha precisato per altro che non ci sarà alcun ritiro, almeno per ora, da Ramallah e da Betlemme.
Cos'è accaduto a Jenin? Semplicemente «una catastrofe umanitaria», è l'aspro giudizio dell'inviato delle Nazioni Unite, Terje-Roed Larsen,. «Orribile, al di là di quanto si possa credere», insiste Larsen, secondo il quale «nessuno scopo può giustificare la colossale sofferenza inflitta ai civili», e «il diritto di Israele alla propria autodifesa non può essere considerato un assegno in bianco». Larsen chiede a Israele due cose. In primo luogo sia concesso alle agenzie internazionali di soccorso di agire liberamente per recuperare i morti ed i superstiti, senza le limitazioni subite sinora, e con l'attiva collaborazione degli israeliani stessi. «Non è ammissibile -dice con sdegno- che la gente sia costretta a scavare con le mani, come ho visto fare con i miei occhi». Secondariamente bisogna fornire acqua, cibo, elettricità. Ci sono almeno duemila persone rimaste senza un tetto. «La città è piombata nel caos -continua Larsen-. Oltre alle distruzioni materiali, si registra il collasso delle istituzioni palestinesi. Non esiste più un'autorità, una forza di polizia. Gli israeliani hanno forse smantellato l'infrastruttura del terrorismo, come dicono, ma hanno sviluppato contemporaneamente un'infrastruttura dell'odio nei confronti di se stessi».
Alle critiche ed alle accuse Israele ribatte con Danny Ayalon, consigliere di Sharon, che si limita genericamente a dire di «condividere le preoccupazioni umanitarie» internazionali. Ma l'atteggiamento delle autorità in tutti questi giorni si è sempre basato piuttosto sul rifiuto di ammettere che a Jenin i diritti umani siano stati violati. Ancora giovedì pomeriggio un alto funzionario del ministero degli Esteri, Gideon Meir, definiva «una menzogna» la demolizione di edifici ad opera dell'esercito e sosteneva che «le case del campo profughi erano state disseminate di trappole esplosive dai terroristi palestinesi» ed era quella la ragione dei crolli. Le forze armate, dopo avere ipotizzato duecento morti, si sono attestate su una stima relativa ad alcune decine di vittime, forse cinquanta. Ma sottolineano di essersi trovate a fronteggiare un'accanita resistenza, e ricordano di avere subito a propria volta delle perdite.
È israeliana però l'associazione B'tselem, che denuncia «gravi violazioni dei diritti umani» a Jenin. Lior Yavne, il suo portavoce, è cauto nei giudizi. «Non so se si possa parlare di massacro nel senso di una deliberata e massiccia serie di omicidi. In base alle nostre prime informazioni, riteniamo comunque che le vittime possano essere una novantina. Lo dico sulla base di una lista di cui già disponiamo: 38 nomi di persone certamente uccise a Jenin, 15 delle quali erano civili. Quanto alle gravi violazioni di cui dicevo, noi possiamo solo indicare il rifiuto di prestare cure sanitarie e fornire acqua e cibo alla gente del campo, e la distruzione delle case con i bulldozer. Abbiamo verificato almeno due o tre casi in cui la demolizione è avvenuta mentre c'era gente dentro».
Ancora più impressionante il quadro che emerge dalla ricostruzione di «Avvocati senza frontiere», un'organizzazione che ha la sede centrale in Belgio. Diane Luping denuncia gli ostacoli frapposti all'opera dei soccorritori, e cita ben sette diverse testimonianze relative all'abbattimento di edifici senza preavviso, e quindi senza la possibilità che gli abitanti evacuassero. «È accaduto persino -afferma la Luping- che qualcuno chiedesse di rientrare per avvisare i propri familiari ed esortarli ad uscire, e che l'edificio fosse attaccato proprio nel momento in cui la persona si avventurava all'interno».
La responsabile di Avvocati senza frontiere dispone di altre terribili testimonianze. Quarantacinque persone sarebbero rimaste intrappolate nei sotterranei di una palazzina in cui si erano rifugiate durante la battaglia, e che sarebbe poi precipitata loro addosso a causa dei missili sparati da un elicottero. Sino a pochi giorni fa i poveretti sarebbero riusciti a comunicare saltuariamente con l'esterno grazie ad un telefono cellulare. La persona che ha ricevuto le drammatiche chiamate dal sottosuolo ha reso una dettagliata deposizione scritta. La responsabile locale della Croce rossa internazionale, continua la Luping, ne è stata informata, ma per ora non è stato possibile intervenire. Si teme tra l'altro che a questo punto, dopo tanti giorni, le probabilità di trovare dei sopravvissuti siano scarse. Un altro capitolo inquietante è quello delle presunte esecuzioni sommarie. La Luping sostiene di avere raccolto «diverse testimonianze oculari». Persone chiamate fuori dal loro appartamento ed eliminate a colpi di fucile, esplosi da distanza ravvicinata. Erano disarmate, in alcuni casi tenevano le mani alzate in segno di resa.
Di esecuzioni sommarie parla anche Suhad Bishara, di Adala, un'associazione per la tutela legale dei palestinesi. C'è chi racconta di avere visto tre individui costretti dai soldati a spogliarsi e ad allinearsi lungo un muro, e poi fatti fuori a raffiche di mitra. L'improvvisato e vile plotone d'esecuzione avrebbe poi infierito sui cadaveri, a uno tagliando via le dita di una mano, ad un altro saltando sul torace e calpestandolo . Tanto accanimento lascia immaginare che i tre fossero, o venissero sospettati di essere dei miliziani, ma questo ovviamente non giustifica la loro brutale eliminazione, nel momento in cui erano oramai dei prigionieri. Le stime delle fonti palestinesi sono per loro stessa ammissione, imprecise. Spiega Khader Shqeirat, del movimento Law: «Nelle condizioni in cui abbiamo potuto sinora operare, con l'accesso sistematicamente negato ai luoghi del disastro, non possiamo fare di più. Ma stiamo intervistando gli sfollati, e sulla base dei loro racconti, viene fuori un quadro raccapricciante. Quasi tutti hanno assistito alla morte di numerosi loro concittadini. Alcuni sono vaghi sul numero. Altri molto precisi, come quel tale che avendo contato ben 53 uccisioni, aveva cominciato a scrivere su un foglio di carta i nomi delle vittime a lui personalmente note, tredici, quando l'intervento dei soldati gli ha impedito di completare il resoconto».
«Noi non neghiamo che a Jenin ci siano stati degli scontri», dichiara Mustapha Barghouti, presidente del Palestinian Medical Relief. «Ma aggiungiamo che c'è stata anche e soprattutto una selvaggia opera di distruzione. L'esercito non si è limitato a intervenire con i tank. Ha usato gli elicotteri per scagliare ordigni sulle case e i bulldozer per spianarle. Non sappiamo ancora quante siano le vittime in totale, ma possiamo già calcolare sulla base delle prime informazioni, che l'ottantacinque per cento siano civili».